EL LOCO NEL MONDO

EL LOCO NEL MONDO
Uno stile di vita

lunedì 26 aprile 2010

GORGE DU VERDON

Tratto dall'ultimo articolo scritto da Sebastiano per la rivista toscana "Spirito Libero" 26-04-2010.

Si avvicina l'estate e come ogni anno ormai da tempo mi preparo per un breve viaggio in uno di quei posti a me più cari, non lontani da casa, le Gorge Du Verdon, nella regione della Provenza in Francia, dove ho trascorso decine di avvenuture lungo il suo fiume, su e giu per le sue pareti mozzafiato e attraverso i sui eccezionali sentieri che costeggiano il fondo delle “gorge”.
Le gole del Verdon formano il più grande canyon d'Europa, e sul suo fondo dopo aver disceso pareti a strapiombo dai 300 ai 700 metri si trova il fiume Verdon con le sue acque verde smeraldo che danno il nome all'intera zona. Le sorgenti di questo incantevole fiume si trovano a 2500m e scorrono per 200 Km insiniandosi in gole profonde e passando 5 laghi artificiali: Castillon, Chaudanne, Sainte-Croix (il più conosciuto e grande 200 ettari), Quinson, e Esparron. Le gole di questo incredibile canyon si sono formate nel corso dei millenni, e per la sua immensità e altezza delle pareti hanno reso famosa questa zona tra i viaggiatori di tutto il mondo, sopratutto dagli amanti degli sport estremi, primo in assoluto “l'arrampicata sportiva”, il “base jamping” paracadutismo estremo che prevede il lancio in caduta libera da queste alte pareti mozzafiato, il “cayac” e la “mountain bikes”.
Tra i belvedere più panoramici sicuramente Le Pas de La Baou e il belvedere Trescaire.
Questi fantastici luoghi sono solamente stati esplorati in passato nel 1905, per sfruttare al meglio le riserve idriche fu affidata la ricerca a un noto speleologo del tempo, il Signor Martel, che esplorò il fondo del canyon. Da qui il nome di uno dei più famosi trekking (si può effettuare in circa 6 ore) delle gole, il “Sentier Martel”.
Il Verdon uno dei posti tappa fin dal 1970 dei più grandi e intrepidi “freeclimber” del mondo, sopratututto provenienti dalla California in USA e dalle bellissime pareti della Yosemite Valley. Luogo di soggiorno di questi avventurieri è sempre stato il piccolo villaggio provenzale della “Palud” situato in cima alle gole, in particolar modo il terreno, oggi diventato campeggio, di Jean-Paul, un simapatico anziano del posto che ancora parla la lingua “patuà”. Egli ama sempre raccontarmi come negli anni '70 decine di giovani dai capelli lunghi con tende e sacchi a pelo sgangherati prendevano dassalto fin dall'inizio della primavera il suo terreno come bivacco e campo base per le loro grandi scalate, da qui l'idea di trasformarlo in quello che è oggi un vero e proprio campeggio per amanti dello sport estremo. La creazione e tracciatura di vie di scalata classiche e estreme di queste pareti si devono a grandi scalatori come i fratelli Remy, Jaques Perrier, Jean Marc Troussier, Jean Baptiste Tribout, Patrick Edlinger e molti altri....
Le persone che di più mi hanno coinvolto in questo fantastico mondo della scalata in Verdon sono amici come Maldi (Paolo Dalmasso), Ernesto, Claud, Matteo che dell'arrampicata ne hanno fatto una vera ragione di vita e con la loro passione sono riusciti a trascinarmi lungo queste fantstiche pareti a strapiombo e far cosi entrare dentro di me quelle sensazioni di cui tanto mi hanno parlato.
Maldi descrive l'arrampicata come una sorta di filosofia, di meditazione, -“essere un tuttuno con la roccia”. E solo lassù o meglio laggiù visto che la scalata in Verdon si inizia quasi sempre dall'alto, calandosi con delle corde doppie per centinaia di metri, su spit (chiodi a pressione), sempre con il vuoto sotto i piedsi, si capisce cosa Maldi intende per meditazione. E si, una volta che il canyon ti ha inghiottito, che non c'è più via di uscita verso il basso, che non resta che risalire per centinaia di metri lungo queste parati di calcare grigio, il mondo diventa minuscolo, tutto si racchiude in quel mezzo metro quadrato che si ha davanti agli occhi, non esiste più profondita o altezza ma solo un incredibile vuoto interiore che piano piano si riempie di movimenti, roccia, magnesite...”il tutt'uno con la roccia”...Una sensazione incredibile in una natura selvaggia. Il vento che dal basso soffia verso l'alto, grossi rapaci che volano a pochi metri sotto, la corda che unisce te al compagno di risalita diventa una sorta di cordone ombelicale, trasformando il partner, per l'intera ascensione, in un fratello gemello. Mani che sudano, a ogni nuova presa vanno a cercare il saccehetto della magnesite (la polvere bianca che serve a fare aderenza sulla nuda roccia), gli avambracci che si gonfiano, le dita che sembrano staccarsi da un momento all'altro, waooo!!! passa dopo passo, presa dopo presa si raggiunge la fine di questa estenuante ma gloriosa risalita.

Ricordo con piacere una bellissima avvenutra portata a termine in queste gole lungo una via classica, di circa 200 metri, aperta dai fratelli Remi, dove insieme a Maldi, mio guru nell'arrampicata sportiva, e apri via, dopo essermi fatto convincere, siamo dapprima scesi in corda doppia appesi come salami con i piedi nel vuoto fino a raggiungere sotto di noi una piccola cengia a metà parete. Qui dopo aver ammirato il paesaggio mozzafiato, scattato un paio di fotografie, preparato il materiale di risalita, abbiamo attaccato la parete. Prima Maldi infilandosi in un camino strapiombo lungo circa due tiri di corda che portava a una sorta di tetto che formava una grotta, poi dietro io a passo lento cercando di fare presa e appoggio con i palmi delle mani e la schiena dentro a questa grossa fessura, scivolando verso l'alto, cercando di fare presa con tutto ciò che era possibile. Ricordo che in un momento di panico, non sapendo più cosa fare, oramai sentendomi scivolare all'ingiù, riusci a spostare la mia testa avvolta nel caschetto verso un buco nel camino, in modo da incastrarla, e cosi diventare una sorta di “Nats” (strumento per l'autoassicurazione formato da un dado d'acciaio collegato a un cavetto che viene incastrato nelle fessure) vivente, tutto il mio corpo era sorretto dalla mia testa incastrata nella roccia, ridicolo nel vedersi e ancor di più nel ricordarlo. Ricordo ancora le risa del mio compagno di cordata nell'osservarmi a circa 20 metri sopra di me. Passato questo primo faticoso tiro di corda, raggiunto il mio compagno, lui subito riprende la scalata fino ad entrare con l'intero corpo in questo tetto che si apriva come una grotta incastrata nella parete e cosi' lentamente con il fiato sospeso, spostarsi verso destra e raggiungere una presa chè l'ho portava fuori dalla difficoltà e cosi' verso quella che viene chiamata l'uscita della via.
Tante altre sono le avventure di scalate in questo fantastico parco dei divertimenti che è il Verdon che ricordo, momenti unici con persone uniche, dove si sono condivise forti emozioni, dai momenti di gloria personale, alle proprie paure. Mi viene in mente una bella scalata lungo una via di 100 metri insieme a Maldi e un amico toscano conosciuto sul posto, dove un giorno di sole, durante l'ascensione in parete, si è trasformato in temporale, pioggia e vento. Ricordo come tutti e tre legati allo stesso chiodo in silenzio e con umiltà, quasi per nasconderci dalla vista del temporale e dal “demone” che in quel momento ci stava attaccando con le folate di vento, appiccicati alla roccia avanzavamo con la speranza di non essere raggiunti dai fulmini che saettavano nel fondo della gola.

Questi luoghi oltre poterli ammirare direttamnte dalle pareti si possono anche ammirae lungo percorsi in automobile, sicuramente più semplici e alla portata di tutti. Uno dei percorsi più belli è quello della Cornice Sublim, che lungo la sua strada tortuosa porta fino a un ponte di 200 m famoso agli amanti del bungee jhumping (salto con la corda elastica), di nome Artuby. Altro percorso è quello che costeggia la riva destra sulla strada D 952 che porta a un circuito di oltre 20 Km chiamato “Rute de Cretes” che si trova lungo il tratto più impressionante del canyon e porta a moltissimi punti panoramici.
Altro modo fantastico per ammirare le Gole è dal basso, lungo il famoso Sentier Martel che costeggia lo splendido fiume, che si innoltra più volte all'interno di antiche grotte scavate dagli esploratori di un tempo, per poi risalire alcune cenge scavate nella roccia e scale di ferro che portano oltre medi precipizzi. Lungo questo percorso di circa 6 ore si può sostare lungo alcune pozze d'acqua create dallo scorrere del fiume e qui approffitarne per una bella nuotata. Per coloro che non arrampicano ma che hanno intenzione di ammirare questi “giovani uomini ragno” possono raggiungere il belvedere della “Carel” dove si trovano alcune vie di allenamento. Oltre che per l'arrampicata sportiva il Verdon è anche famoso per l'arrampicata artificiale, che prevede l'ascensione in libera di pareti totalmente non atrezzate, dove lo scalatore utilizza protezioni e materiale di vario genere quale: staffe, chiodi, per risalire volta in volta la parete e passare cosi i passaggi più impegnativi, questo tipo di scalata prevede a volte l'impiego di centinaia di chili di materiale, che vengono trascinati su per la parete e giorni e giorni di “lavoro” a volte portando gli scalatori a bivacchi improvvisati direttamente in parete.
Le Gorge du Verdon sono il luogo di un altro adrenalinico sport il “base jamping” paracadutismo estremo, dove più volte ho ammirato amici lanciarsi nel vuoto, a volte con coreografie di giravolte e capriole, per poi, dopo pochi secondi di caduta libera, aprire un piccolo paracadute appositamente creato per questa disciplina e cosi' raggiungere il fondo del canyon e il sentiero Martel.
Ricordo ancora le tante volte che ho accompagnato Alex un caro amico, poeta, arrampicatore e base-jamping, lungo i sentieri che fanno da cornice alle gole per poi vederlo allontanarsi, prepararsi, valutare i venti, ricontrollare tutta l'atrezzatura e poi come un angelo staccarsi dal suolo per sparire a una grande velocita giù lungo le pareti a poca distanza dalla roccia, una emozione unica anche solo nell'ammirare questo incredibile salto.
Indimenticabili sono anche i momenti di folklore che regala il piccolo villaggio della Palud, come la festa del 15 Agosto dove tutti insieme, turisti, scalatori, abitanti del luogo, ci si riunisce nella piazza centrale difronte alla bella chiesa di pietra ,a ballare tutta la notte al ritmo sonoro dell'orchestra del paese, il tutto innaffiato dal buon vino rosso e rosè della provenza, per poi il giorno dopo nuovamente perdersi per ritrovarsi appesi a una fune sulle immense pareti del Verdon.

sabato 20 marzo 2010

ATTRAVERSO I PIU' ANTICHI VULCANI DELL'INDONESIA:

Tratto dall'articolo di Marzo 2010 scritto per la rivista lunare "Spirito Libero":

Il Viaggio nel Viaggio continua, dopo una lunga camminata attraverso alte dune di sabbia nera, lungo la costa sud centrale di Java in Indonesia, ora mi trovo sulla bella terrazza della Guest House "Raharjo", situata sulla lunga spiaggia semi desertica di Parangtritis a circa 30 Km a sud di Yogyakarta, mentre guardo le alte onde del mare che si infrangono sulla spiaggia e penna in mano, con il sorriso compiaciuto, penso alla bella avventura trascorsa in questo ultimo mese di "viaggio nel viaggio", una avventura che mi ha portato dal Borneo alla bella isola indonesiana di Java, dove ho iniziato un lungo viaggio alla ricerca dei vulcani piu' antichi e attivi del paese.

-l'Indonesia si trova nella parte piu' estrema del Sud Est Asiatico ed e' il piu' grande stato arcipelago della Terra con oltre 13.677 isole di cui 3.000 abitate, il quarto piu' popolato con circa 250.000.000 di abitanti, ed e' il paese con piu' alta maggioranza Mussulmana anche se si trova un po' ovunque cultura e religione hinduista e cattolica, e la nazione al Mondo che possiede nel proprio territorio il maggior numero di vulcani attivi circa 100 con un totale di 500 vulcani. Inoltre 75.000 anni fa è stato sede della più grande eruzione di tutti i tempi finora scoperta, quella del lago Tobo nel nord dell'isola di Sumatra.
Le principali isole indonesiane sono: Sumatra, Java, Kalimantan (Borneo) Sulawesi, Maluku, Bali, Lombok, Isole Riau e Papua.

Con i ricordi arrivo alle forti emozioni che mi ha donato la scoperta del Gunnung Bromo (Gunnung in indonesiano significa vulcano) un fantastico vulcano attivo di 2.329 m, situato nella zona Est di Java. Qui in una notte di cielo stellato, verso le 3 del mattino, per ammirare la fantastica alba tra questi crateri, lungo quello che qui viene chiamato "mare di sabbia", mi sono arrampicato lungo uno stretto sentiero tra la folta vegetazione, che mi ha condotto fino alla cima del  Monte Penajakan (2.270m) dove da qui ho avuto la fortuna e il piacere di essere presente al fantastico spettacolo del sorgere del sole in questo luogo dalle sembianze giurassiche che mi ha regalato la natura. Da prima, tra una bassa foschia creata dalla forte umidita' si e' intravvista la cima del primo vulcano inattivo ,e da dietro una fumata continua che con i primi raggi del sole ha aperto lo sfondo sul bellissimo cratere attivo del Bromo, con alle sue spalle un altro grosso vulcano per il momento non attivo.Nel momento che la palla di fuoco del sole ha cominciato a tingere di rosso con riflessi azzurri, si e' potuto ammirare l'intero paesaggio con il suo altopiano di sabbia vulcanica nera.
Questo mio primo incontro con la potenza del fuoco, mi ha subito incoraggiato a continuare questa ricerca, cosi prima in autostop e poi con un vecchio autobus scassato ho raggiunto la cittadina di Banyuwangi sulla punta estrema sud di Java, dove da qui, con una lunga camminata tra piantagioni di caffe', e poi un passaggio sul cassone di un grosso camion adibito al trasporto dello zolfo, ho raggiunto Pos Paltudin, dove ho iniziato la lunga marcia lungo i pendi ricoperti dalla foresta equatoriale del vulcano Ijen, fino a raggiungere il suo enorme cratere al disopra di grossi nuvoloni grigi che piu' volte mi hanno ostacolato il cammino con grosse gettate d'acqua fresca. Dalla sua cima ho potuto da prima ammirare il fantastico cratere attivo con le sue fumate bianche e il bellissimo lago turechese che vi si trova nel bel mezzo, e cosi prendere la decisione di discendere la bocca fumante lungo un tortuoso e stretto sentiero scavato nella roccia, fino a raggiungere tra soffocanti vapori, una grossa cava di zolfo, dove decine di uomi con una muscolatura nervosa lavorano con gli occhi lacrimanti tra un colpo di tosse e l'altro a scavare con pezzi di ferro e zappe, strappando cosi' alla roccia grandi pezzi di zolfo, che vengono caricati all'intrerno di due cesti di vimini uniti da un bastone logoro da anni di fregamenti sulle loro spalle appuntite per poi essere trasportati, per un viaggio che viene compiuto due volte al giorno per un compenso inferiore ai 9 Dollari, lungo il ripido sentiero su per il cratere e poi giu' fino a valle a un ufficio dove il carico viene pesato e l'operaio pagato.
Questi coraggiosi uomini con infradito ai piedi e alcuni scalzi, sempre incredibilmente con il sorriso sulla bocca, riescono a trasportare sulle loro spalle fino a un carico di 80 Kg per volta. Per un breve tragitto mi sono offerto di provare a portare il loro cesto e vi assicuro che e' stata una fatica incredibile. Penso che sia uno dei lavori piu' duri e faticosi che abbia mai visto.
Alcuni operai sul sentiero mi offrono pezzi di zolfo e a gesti, con il poco inglese che conoscono mi spiegano che viene comprato dalle case farmaceutiche per fare alcuni medicinali e dalle aziende che producono creme per signore.
Vi assicuro che dopo questo incontro e dopo questa faticosa camminata all'interno di questo cratere, che mi ha ricordato l'inferno di Dante, il mio spirito e la mia idea verso il piacere della vita si e' rafforzato e mi ha fatto riflettere un'altra volta a quanto siamo fortunati.
Dopo aver salutato un po' a malincuore questi luoghi e questa fantastica gente, dopo una breve sosta a casa di uno agente di polizia che a tempo libero si diverte a fare spettacoli con King Cobra, Anaconda, Pitoni e Vipere di vario genere, mi sono diretto verso l'isola di Bali, non per le sue belle spiagge e il suo mare esotico, ma per i sui vulcani che emergono dalla foresta tropicale.
Il mio primo incontro e stato con il Gunnung Abang (2152m) per poi raggiungere in motocicletta le pendici del Gunnung Agung (3142 m) e qui aspettare la notte e cosi iniziare la lunga marcia che mi ha portato tra le nuvole fino a raggiungere la sommita' della sua vetta con i primi raggi del sole e sfortunatamente questa volta trovarmi tra una foschia che mi ha impedito di ammirare il suo cratere. Per raggiungere questo luogo, la partenza più semplice per l'ascensione e il tempio di Besakih e di Selat, risalendo lungo il versante sud per la via di Sebudi, da qui si puo' arrivare al punto piu' basso del cratere e se il cielo e' scoperto si puo' continuare verso il punto piu' alto. Un altro interessante vulcano di Bali e il Gunnung Catur (2096 m) da dove si puo' anche accedere a delle grotte che i giapponesi hanno utilizzato come nascondiglio durante la seconda guerra mondfdiale, che si trovano vicino al lago Bratan e da qui lungo un sentiero non difficile si puo' raggiungere la sommita' del Gunnung Catur.
Bali è per la maggior parte di religione hinduista, ma a differenza dell'India qui non esistono forti divisioni di casta e perciò non vi sono gli "intoccabili". In gran parte ormai raggiunta da anni dal turismo di massa, ma esistono ancora luoghi incontaminati tra le sue montagne e zone nuove che solo ora si stanno sviluppando a livello turistico, come Lovina sulla costa nord.
Dopo Bali la mio desiderio di scalata ai vulcani mi ha portato sull'isola di Lombok, dove tra un monsone e l'altro, in 2 giorni di camminata solitaria sono riuscito a raggiungere attraverso la folta foresta la bocca del cratere del Gunnung Ringiani, una enorme apertura ovale dove al suo interno si trova un lago turchese e un più piccolo cratere creatosi con l'eruzione del 1994, 1995, 1996, il Gunnung Baru tutt'oggi fumante e attivissimo, tanto che di notte si puo scorgere il rosso della lava che fuoriesce dalla sua cavità. La prima storica eruzione del Gunnung Ringiani risale al 1847 e la sua eruzione più recente risale al Maggio del 2009 dove ha creato una fumata di circa 8.000m. L'ascensione a questo vulcano non e' difficile ma molto faticosa, sopratutto nel periodo delle pioggie in quanto il sentiero puo' treasformarsi all'improvviso in un torrente e cascate, cosa che mi e' successa durante la mia ascensione. Anche la visibilita' puo' creare dei problemi, l'intero panorama puo' essere preso d'assalto in pochi secondi da grossi nuvoloni che impediscono improvvisamente la vista, limitandola a non piu di 5-8 metri, diventa cosi' molto facile perdersi. Dopo una notte passata all'umido dentro la mia piccola tenda circondato dal suono dei boati provenienti dalle profondità del cratere, alle 6 del mattino ho potuto ammirare il sorgere del sole tra la foschia di grossi nuvoloni che purtroppo mi hanno impedito di ritrarre con l'obbiettivo della mia reflex questo fantastico spettacolo, che mi ha comunque regalato il piacere di essere ancora una volta in un posto speciale tra la bellezza e la potenza della natura.
Alcuni abitanti del luogo, che ho incontrato durante l'inizio della salita, mi hanno raccontato che ancora oggi coesiste con la loro conversione al islamismo uan sorta di paganesimo, e che durante la luna piena, in particolar modo quella di Settembre, lo sciamano (capo religioso) del luogo accetta offerte di animali vivi dai devoti per poi sacrificarli al cratere colante di lava del vulcano.
Questo viaggio nel viaggio alla scoperta dei vulcani di Java si e' concluso lungo le pendici del Gunnung Merapi (2911 m) chiamata anche la montagna di fuoco, in quanto e' il piu' pericoloso vulcano di Java e uno dei più attivi del Pianeta e si trova a nord di Yogyakarta nella parte centrale dell'isola. Yogyakarta è una città di 3 milioni di abitanti e si trova solo a 25 Km a sud del vulcano Merapi, e in caso di una nuova forte eruzione possono considerarsi a rischio oltre un milione dei suoi abitanti e almeno altre settantamila persone che vivono lungo i suoi piedi possono considerarsi a massimo rischio. Questo vulcano è caratterizzato da eruzioni violente e continue, e cosi per il suo alto livello di pericolosità è considerato un "Decade Vulcano" uno dei 16 meno raccomandabili vulcani al mondo. Le sue eruzioni creano flussi di lava che possono discendere le sue pendici per oltre 15 Km e raggiungere velocità di oltre 100 Km orari, creando con i suoi depositi dei "lahars" possibili valanghe di fango. Il Merapi è anche il vulcano al mondo che ha creato più nubi ardenti, e le sue eruzioni durano da uno ai cinque anni, iniziando normalmente con flussi piroclastici lanciando in aria piroclasti che ricadono a pioggia, continuando con l'emissione di gas a bassa pressione e esplosioni. Nella sua storia il Merapi ha creato decine di vittime, e dal 1548 sono state registrate 68 eruzioni di rilievo, delle quali 32 accompagnati da nubi ardenti, 12 delle quali hanno portato morte e distruzione tra la gli abitanti di questo luogo. Nel 1672 una eruzione causò oltre 3.000 morti, ancora un flusso piroclastico nel 1930 causò la distruzione di 42 villaggi e la morte di 1369 persone. L'ultima eruzione che ha creato vittime è avvenuta nel 1994 con 60 decessi, e nel febbraio del 2001 c'è stata l'ultima grande colata di lava. Il vulcano viene monitorato da diverse telecamere 24 ore su 24 in modo da poter avvertire la popolazione che vive ai sui piedi in caso di una evacuazione.
Qui ho terminato la mia avventura tra la potenza del fuoco e della terra, con una risalita notturna lungo uno stretto sentiero da prima attraverso la vegetazione e poi una zona di residui lavici, fino a raggiungere un promontorio da dove cosi' ho potuto ammirare con la prima luce del sole, prima che l'intera sommità venisse avvolta tra le nuvole monsoniche, la sua vetta e il suo grosso cratere fumante, da dove su un lato, lungo la cresta, si intravvede appena, una lunga striscia ardente di lava rossa.

Le fotografie e il racconto di viaggio verranno presentati in primavera nel cuneese.

Sebastiano Ramello

lunedì 15 febbraio 2010

BORNEO....3 Mesi attraverso il Sud Est Asiatico....

Tratto dall'articolo scritto per la rivista lunare "SPIRITO LIBERO"

I nostri sogni a volte ci spingono a percorrere strade incredibili, strade nell’immaginario che ci fanno fare piu’ delle volte grandi imprese anche se a volte incontriamo delusioni sul percorrerle, ma sempre abbiamo la fortuna di scoprire la realta’di questo nostro fantastico Pianeta.


Dopo aver lasciato alle mie spalle la bellissima isola dello Sri Lanka; Singapore la piu’ organizzata citta’ del Sud Est Asiatico e le belle isole Langkawe nel nord della Malesia ormai diventate (purtroppo) covo di turismo di massa armato di crema solare, eccomi all’inseguimento di un grande mito della mia generazione, “La Tigre della Malesia, Sandokan” che con le sue avventure, in sieme all’inglese Janez, tanto mi ha fatto sognare quei posti cosi’ lontani, quelle fantastiche foreste del Borneo, rifuigio di tribu’, tagliatori di teste, animali tropicali e incredibili piante carnivore.

Con un breve volo areo dalla Malesia in un batter di cilia metto piede all’aereoporto di Kota Kinabalu nell’estremo nord del Borneo, nella regione di Sabah chiamata anche “terra sotto vento” per essere a sud delle zone colpite dai monsoni. Questo territorio del Borneo e’ bagnato da tre differenti mari, il mare cinese, di Sulu e di Celebes covo ancor oggi di pirati provenienti dalle non lontani isole delle Filippine.. Sabah e’ formata da pianure palustri, jungla tropicale, territori ormai per la gran parte deforestati e coltivati con coltivazioni intensive di palma da olio, secondo piu’ importante reddito del paese dopo il petrolio.

Lo scenario di mille fantasie e sogni di foreste selvagge ha lasciato lo spazio a coltivazioni, disboscamento, parchi naturali dove nella maggiore gli animali sono riunchiusi in zoo e dove all’entrata si trova sempre un ufficio che rilascia un permesso sotto pagamento di un biglietto d’ingresso (non a buon mercato).L’intero paese e’ controllato dai tour operetor locali che ne fanno da padroni e insieme al goverlno dettano i prezzi. Qualsiasi attivita’ solitaria e’ vietata, per tutto c’e’ un permesso, un biglietto di ingresso che e’ sempre il doppio, triplo e a volte di piu’ rispetto a quello dei locali.

A circa due ore da Kota Kinabalu ho raggiunto una delle montagne da me tanto immaginata e desiderata, la piu’ alta cima del Sud Est Asiatico il “Monte Kinabalu” che con il Low’s Peak arriva a 4101 m, una enorme formazione granitica a panettone che si inalza immezzo a una foreste umida tropicale tra forti correnti di vento. Quanti libri di avventurieri e alpinisti che ritraggono bellissime imprese risalenti agli anni ’70 ho sfogliato, immaginandomi in scalate mozzafiato. E ora eccomi li, con il naso all’insu’ verso la cima avvolta dalle bianche nuvole mentre con delusione scopro che ormai da diversi anni questo luogo e’ diventato una sorta di “Luna Park” per turisti, con tanto di entrata e gabbiotto per pagamento pedaggio tipo asutostrada, dove rilasciano il permesso di ingresso nel parco sotto forma di tesserino da appendere al collo tipo quelli che danno alle fiere e simposium. La prima parte del parco ai piedi del monte e’ disseminato di edifici, hotel, costose Guest House, ristoranti per turismo organizzato. Per poter accedere alla vetta tramite un sentiero ben tracciato senza nessun tipo di passaggio tecnico bisogna aquistare quello che viene definito permesso di scalata, prenotare obbligatoriamente un letto in uno dei tanti ostelli sul percorso per la notte di bivacco e affittare una guida per l’ultimo tratto, dai 3500m alla vetta, il tutto per un costo (se non si fa tramite agenzia) di circa 130 Euro per un giorno e mezzo di ascensione. Waoooo!!! Ma dove e’ finita l’avventura? Eppure questa era una montagna un tempo definita una delle piu’ belle avventure del Sud Est Asiatico....Purtroppo piu’ passa il tempo, piu’ il mondo si globalizza, e sempre meno rimane per quei pochi avventurieri e sognatori alla ricerca di forti emozioni senza dover pagare un biglietto d’entrata...

Come il Monte Kinabalu anche i tagliatori di testa sono diventati un circo per turisti e la gran parte dei loro territori hanno lasciato il posto alle multinazionali del legname e del petrolio, a orde di cinesi e filippini che hanno invaso questi luoghi creando terribili moderne citta’, asfaltando lunghe lingue di terra un tempo vergine. Le famose danze al raccolto alla guerra al matrimonio sono diventate una sorta di danza per turisti alla ricerca dello scatto fotografico perfetto......

Percorrendo in autostop la careggiata verso nord est mi imbatto in un cartello stradale su cui leggo:”Sandakan 130 Km”, mi ricorda subito il mio grande eroe di infanzia, cosi decido a pollice alzato di raggiungere questo luogo lungo la costa Nord Orientale del Borneo.

Sandakan e’ una vivace citta’ di porto e confine in quanto la sua costa dista non piu’ di un giorno di barca dalle isole delle Filippine. E’ protetta oltre che dal mare dalle alture circostanti, la citta' si e’ estesa con incredibili colate mal distribuite di cemento. Fino alla fine del 1970 Sandakan aveva vissuto un forte boom economico, era la timber town e vantava la seconda concentrazione di miliardari del mondo. Ancor oggi e’ un porto attivo per la commercializzazione del legname, del bambu’, della copra o nidi di rondine.

In realta Sandakan stava ad indicare il nome della baia ma l’avventuriero scozzese William Cowie, che commerciava in armi con i filippini, battezzo’ l’originario villaggio, oggi citta’, con il nome della baia, ma per gli indigeni era soltanto Kampung German, perche’ abitato per lo piu’ da contrabbandieri tedeschi. Prese il suo nome definitivo di Sandakan nel 1885 quando divenne la capitale del British North Borneo. I commerci con la Cina e Homg Kong hanno favorito l’imserimento di una forte comunita’ cantonese, questo motivo dei numerosi templi buddisti.

Nella seconda guerra mondiale fu occupata dai giapponesi, come gran parte del Borneo, e quasi completamente distrutta dai bombardamenti Alleati, tuttavia fu ricostruita in tempi rapidissimi grazie a imprenditori cinesi.

Tolto qualche edificio storico fortunatamente non distrutto, come la chiesa anglicana di St. Michael and all Angels, l’intera citta’ oggi sembra un intero quartiere popolare con enormi edifici squadrati e inferiate.

Dopo aver scoperto a mio malin cuore che le tante tribu’ da me sognate come ormai in gran parte del pianeta hanno lasciato il posto a hamburger e coca cola....Dopo una breve visita all'isola di Gaya abitata da centinaia di locali discendenti di quelle che un tempo erano le tribu' del luogo. Una sorata di emarginati che vivono in un grande "Slum" a palafitta circondando quasi l'intero perimetro dell'isola. Passeggiando tra i pontili in assi logori che uniscono una abitazione all'altra conosco un gentile ragazzo che mi dice di chiamarsi Rudy, che vergognato si scusa per tutta l'immondizia e plastica abbandonata che circonda l'abitato e le spiagge, dicendomi che in realta' il governo paga delle persone per ripulire ma non si e' mai visto nessuno a ripulire e cosi questo luogo sta' diventando una sorta di discarica a cielo aperto. Inoltre si raccomanda di non oltrepassare la collina in quanto dall'altra parte su una lingua di sabbia si trova un grosso campo profoghi filippini a palafitta, formato piu' che altro, quanto dice lui da ex pirati e banditi. In realta' senza saperlo ero appena arrivato proprio da quel villaggio, effettivamente un po' piu' disastrata, ma dove ho trovato la stessa e semplice ospitalita' e sorrisi stupiti nel vedere uno straniero che ho trovato in qualsiasi altro luogo.

Dopo aver lasciato un po' a malin cuore questo scorcio di vita reale, eccomi nuovamente a Kota Kinabalu mentre dall’interno di una Guest House per viaggiatori zaino in spalla pigio i tasti di un antiquato compiuter...e’ il 14 di febbraio, San Valentino la festa di tutti gli innamorati, e non solo, qui nell’Estremo Oriente oggi si festeggia il Capodanno cinese che entra nell’anno della Tigre. Dalla mia finestra qui accanto si intravvedono in strada giovani in festa, dragoni cinesi, musicisti, danzatori vestiti di colorati ornameti, bancarelle ricoperte di ogni sorta di cibaria e dolciumi di colori sgargianti. La musica tradizionale di tamburi si mischia alla musica rock e hip hop dei bar e ristoranti che costeggiano la strada, l’asfalto brilla della luce riflessa del sole, io intanto con la mente vago verso nuovi orizzonti e sogni che mi portano con l’immaginazione a percorrere alti vulcani in una delle piu’ belle isole del Sud Est Asiatico, Java, Sumatra nello stato indonesiano, dove tra non molto continuero’ questo mio viaggio e nuova avventura attraverso le bellissime strade di questo nostro fantastico Pianeta.

Sebastiano Ramello